Se a vincere a Palermo è sempre Orlando…di Mario Montalbano

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Leoluca Orlando nei giorni scorsi eletto sindaco di Palermo per la quinta volta

E siamo a cinque. Con il successo al primo turno alle amministrative di domenica scorsa, Leoluca Orlando è, ancora una volta, sindaco di Palermo. Un’affermazione limpida, netta, molto più grande di quanto non dicano i numeri. «È la vittoria del civismo politico», ha detto Leoluca Orlando, nel corso di un’intervista al Corriere della Sera di un paio di giorni fa. Già, il sentirsi parte integrante della società civile, ma ancora di più l’elevarsi a rappresentante ideologico e politico di quest’ultima sono stati, e sono tuttora, un punto nevralgico per il “professore”. Un elemento inossidabile da cui il “nuovo” sindaco di Palermo non transige, a costo anche di litigare (vero Mentana?) con chi insinui il contrario, ossia l’appartenenza a qualche vuoto contenitore partitico. E che, in fondo, racconta molto del politico Orlando, legandosi a un’evidenza storica: dal 1985 a oggi, o meglio dire dal 1990 a oggi, dall’anno dell’introduzione del sistema dell’elezione diretta dei sindaci, Leoluca Orlando ha quasi sempre prevalso (è uscito sconfitto solo alle amministrativo del 2007 contro Cammarata) ogniqualvolta si sia candidato alla poltrona di Palazzo delle Aquile.

Il “professore” storicamente ha tentato, spesso riuscendoci, di andare oltre i confini stantii dei partiti, e anche nel corso di quest’ultima campagna elettorale ha mantenuto fede a questo principio. Nessun partito è riuscito ad affiggere il proprio simbolo a fianco del nome del candidato sindaco Orlando. Una scelta difesa strenuamente nelle settimane in cui le varie forze politiche si andavano via via organizzandosi. E ne sanno qualcosa, il Partito democratico e il Nuovo Centro Destra, che nonostante tutte le pressioni, hanno dovuto “soccombere” alle volontà del professore. Chiamiamola presunzione, o arroganza, difetti che in molti imputano al sindaco di Palermo. O forse semplice consapevolezza del terreno di gioco e dei tempi assai difficili vissuti dai partiti tradizionali in termini di consenso. Alla prova dei fatti, una mossa vincente.

Diversamente da quanto accaduto al suo principale antagonista della corsa alla poltrona da sindaco. Quel Fabrizio Ferrandelli che, elevatosi a “moralizzatore” della politica regionale con le dimissioni da Palazzo d’Orleans in contrasto con il governo Crocetta, però, è finito per ripresentarsi a fianco di Udc, Forza Italia e Cantiere Popolare. Con annessi e connessi esponenti politici certamente di blasone, ma che sembravano cozzare fin dall’inizio con il proprio intento rinnovatore.

«I partiti con Orlando si sono nascosti dietro le liste civiche», la principale opposizione degli avversari dell’attuale sindaco di Palermo. Un fatto, senza dubbio, veritiero. Ma, lo è altrettanto che è stato lo stesso Leoluca Orlando a imporre loro questa veste. Per “mascherarli” e dare priorità d’immagine ad altri, in primis agli uomini e donne dell’amministrazione uscente, meglio ancora se provenienti dalla società civile. Una presa di posizione forte, l’ennesima della carriera politica di Leoluca Orlando. Una caratteristica che storicamente ha sempre trovato grande consenso nei palermitani. Sembra che il “professore” abbia assunto nell’immaginario collettivo, il ruolo di colui “che fa”, senza sé e senza ma, a torto o a ragione, sbagliando o facendo bene. Scontentando a destra e a manca, ma mantenendo lineare il proprio percorso politico. Sempre con quella sensazione di presunzione, di arroganza, di essere primus inter pares. Ma, che evidentemente rincuora, e tanto, i palermitani da trent’anni a questa parte.

Leoluca Orlando nei giorni scorsi eletto sindaco di Palermo per la quinta volta

(Mario Montalbano)