Palermo e l’abitare sociale che non c’è. Tutto in una storia

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La ragazza è incinta e mentre parla impaurita, tiene la mano ad un altro bambino di pochi anni, si chiama Giuseppe. “Non ci hanno proposto alcun alternativa, anzi, mi hanno detto che devo andare via e che potrebbero togliermi mio figlio”. Sono le esternazioni di Rosi a poche ore dall’avviso di sfratto e della visita degli assistenti sociali al largo Gibilmamma nel cuore di Borgo Nuovo, mentre beve un sorso d’acqua con le lacrime agli occhi e la tenacia che solo una madre può possedere aggiunge: “Non permetterò a nessuno di portare via i miei figli, la famiglia è quella a cui viene data l’opportunità di vivere sotto un tetto”.

La storia di Vincenzo e di Rosi ovvero due giovani ragazzi che da quasi un decennio vivono per necessità in una struttura pubblica abbandonata all’incuria e al degrado situata a Borgo Nuovo, quartiere periferico della metropoli di Palermo, sta davvero accarezzando i cuori degli abitanti della comunità. Il provvedimento di sfratto da parte del comune notificato pochi giorni fa, rappresenta l’ultimatum alla giovane coppia di lasciare nell’immediato l’umile dimora su cui avevano disegnato un progetto di vita.

Sono un paio le famiglie che hanno trasformato una struttura abbandonata da tempo in un alloggio di fortuna. “Che colpa ne ha Giuseppe di tutto questo?” aveva detto il deputato regionale Vincenzo Figuccia, accorso in visita a queste famiglie. “Nessuno può minacciarti di toglierti tuo figlio – proseguiva il parlamentare rivolgendosi a Rosi – perché non ha bisogno che di te. Non capisco come in questa città ci si occupi con fervore di tante altre questioni ma non dell’abitare sociale, dell’emergenza abitativa. È tutto fermo ad una quarantina d’anni fa quando pochi fortunati sono riusciti a sistemarsi in alloggi popolari”.

Questa storia – sottolinea Figuccia – va raccontata all’intero paese e va denunciato l’atteggiamento poco istituzionale di un sindaco alquanto Giano bifronte che ora si compiace per l’accoglienza di pochi sventurati dal mare, ora fa visita al caro fratello Biagio Conte e alla sua missione. Ma qui, nelle periferie dimenticate, si continua a morire, si continua a subire l’incertezza per i propri figli e per la propria stessa vita”.


Le famiglie di largo Gibilmanna dovranno spostarsi chissà dove, alla ricerca di un nido sicuro per i propri figli, al riparo dalle intemperie della vita, al riparo dalla giungla della quotidianità. La tenacia e la forza d’animo di Rosi e Vincenzo, non cadranno nell’oblio, loro rappresentano una rivincita del ghetto, attivando una risposta della periferia ignorata che si è unita facendo quadrato intorno ad una giovane coppia in difficoltà, risvegliandosi dal torpore in cui l’hanno voluta tenere.

Palermo e l’abitare sociale che non c’è. Tutto in una storia