Le nostre periferie sono ancora dietro il muro

0
91

In questa settimana ricorre l’anniversario del crollo del muro di Berlino, che da un lato è il simbolo di una caduta e quindi di una fine, dall’altro è l’abbattimento inteso come raffigurazione dell’inizio di una nuova era. Per la generazione di chi scrive è la data della fine della guerra fredda, secondo la mia personalissima opinione è l’inizio dell’età del pensiero unico dominante.

Cari lettori di All Sicily, cari amiche e amici,

Se è vero che in pochissimi sono capaci di prevedere i cambiamenti, consentitemi, è altrettanto vero che sono ancor meno coloro i quali riescono a capire e governare questi fenomeni. Negli ultimi trent’anni il progresso tecnologico ha radicalmente mutato i nostri ritmi di vita, trasformando ogni cosa, il modo di studiare, di lavorare, di viaggiare, di leggere, di comunicare, insomma tutto, consacrando l’età della globalizzazione.

La domanda è: ma il cambiamento lo stiamo dominando o lo stiamo subendo?

Ad esempio grazie al trattato di Schengen abbiamo abolito le frontiere, ma ciò che mi chiedo è: siamo davvero liberi di poterci autodeterminare, abbiamo tutti le stesse possibilità?

Ovviamente no, sono diverse le possibilità di un bambino che nasce a Scampia a Napoli, piuttosto che allo ZEN a Palermo rispetto a quelle di un bambino che nasce in Danimarca; probabilmente saranno anche diversi i destini.

Le nostre periferie sono ancora dietro il muro di Berlino, sono bloccate, attendono una rivoluzione che tarda ad arrivare, soffocate da discariche a cielo aperto, criminalità organizzate e spaccio incontrollato. Schiacciate da libertà illusorie che per poco si prendono via tutto il meglio, appiattiti a quel pensiero unico citato all’inizio, lasciate sole da uno stato che si ricorda di queste porzioni di territorio solo per ricorrenze ed elezioni.

Per una volta tanto non è un problema solo dell’Italia, ma è una questione che affligge ogni città medio grande, è la metafora di un mondo nel quale rischiamo di non avere più la classe una middle-class, dove un numero piccolo di persone detiene la maggioranza delle ricchezze e dove tutti gli altri sono condannati a lavorare per questi.

Le azioni isolate sono come gli antidolorifici curano solo il dolore, non placano le cause, per abbattere il muro occorre ripartire dalle scuole, ma accanto urgono interventi massicci di sicurezza, progetti di rigenerazione urbana e soprattutto creazione non di stipendifici, ma attivazione di cicli di lavoro produttivi.

A proposito sapete cosa i Neet (Not in education, employment or training)?? vale a dire di giovani che non studiano, non lavorano e non seguono nessun percorso di formazione, chi detiene il primo posto in Italia?? Nenche a dirlo: la Sicilia, con un’incidenza del 38,6% della popolazione. A seguire la Calabria (36,2%) e la Campania (35,9%). Ovviamente tutte regioni del Sud. (Dati Unicef Italia).

Questi sono dati che devono farci riflettere, ma sono un chiaro specchio di una società immobilizzata, di una popolazione che è rimasta tanto per non perdere il leitmotiv di quest’articolo dietro un muro. La libera circolazione di uomini e merci, una moneta unica, non basta, l’obiettivo è avere cittadini culturalmente ed economicamente che non per necessità, ma per libera scelta possano spostarsi.

Il mondo dopo il muro, è cambiato, in meglio o in peggio, lo dirà la storia.