La visione rarefatta: il connubio tra arte e moda

0
54

Articolo di Salvatore Sarcona

È sempre difficile scrivere qualcosa sul mondo della moda. Il suo raccontarsi, mostrasi, scoprirsi recentemente si è trasformato più nell’eventificio dell’oggetto, nella mera pubblicità al prodotto che nella sua evocazione più autentica e rarefatta della sua essenza. Per me la moda è sempre stata un raccontare se stessi, evocando i posti che si è visti, i luoghi visitati, gli odori percepiti, le emozioni sentite; uno storytelling personale che si offre in una società sempre più connessa in un mondo che tra strilli digitali punta soltanto ai click e ai followers.

L’obiettivo di questa rubrica invece è questo: voler far emergere le testimonianze, i resoconti, le connessioni nascoste o più visibili tra la narrazione di se stessi e dell’enorme fashion system. L’evocazione di cui tratterò adesso sarà una suggestione molto ampia, che è sempre piaciuta parecchio al mondo della moda, il suo volersi mescolare e lasciarsi ispirare da qualcosa ancora più sempiterno: l’arte. Il legame tra arte e moda è sempre stato stretto. Il fenomeno non è difficile da capire: le arti figurative si sono sempre influenzate a vicenda e il mondo della moda, sempre più votato alla vendita più serrata, ha capito che attraverso l’arte, non solo trova fonte d’ispirazione, ma può anche elevare la narrazione dei propri brand ben al di là della semplice vendita.

(Maison Margiela haute couture spring summer 2019)

Rimarrà nella storia dell’arte e in quella della moda il famoso vestito aragosta ideato e disegnato da Elsa Schiaparelli e da Salvador Dalì (artista che si è sempre dimenato tra le varie arti visive, la più nota sicuramente la collaborazione a quattro mani con il regista Luis Buñuel nel “Un chien andalou”, film chiave per la nascita di un cinema che faceva dei fotogrammi dei reperti di puro surrealismo). Meno epiche, ma non meno evocative, anche nelle ultime sfilate della couture si sono visti esempi degni di nota del legame arte-moda.

Sicuramente il Gran Mestro John Galliano ha preso a piene mani dal mondo dell’arte contemporanea ispirazione per la collezione haute couture primavera estate 2019 di Maison Margiela Artisanal: colori accecanti che ricordano le tinte primordiali di Keith Haring, con picchi di blu dati dai finti barboncini che arricchivano la passerella, un blu di gradazione Yves Klein, che il celebre artista creò nel 1956, un oltremare saturo e luminoso che fece che unica immagine nel celebre film-testamento del mai troppo compianto regista Derek Jarman. Volumi smisurati, piume che escono da ogni dove, abiti che sembrano accalcarsi e mescolarsi sulla figura umana, tessuti spaziali sono ciò che lo stesso Galliano ha definito specchio di un’arte decadente, dove la decadenza sta nell’eccesso, una visione dove tessuto e colore collassano in un tsunami visivo.

Tutti questi elementi e riferimenti si centrifugano all’interno dell’estetica neobarocca di Margiela, evocando senza ombra di dubbio reminiscenze dagli artisti più pop e surreali: dalla “Cosmic Cavern” di Kenny Scharf con toni allucinogeni, un mini universo dayglow pieno di graffiti e scritte ai mondi più surreali di David Harrison. Sicuramente più multidisciplinare, ma non meno efficace l’ispirazione trovata in più forme d’arte da Valentino. Pier Paolo Piccoli ormai è diventato uno dei couturier più raffinati del panorama della couture parigina; nella collezione autunno inverno 2019  sono chiari i riferimenti alle pitture di Rosso Fiorentino e ai dipinti di Diana Vreeland, con richiami dai colori drammatici e squillanti dal lilla al giallo fluorescente dall’ocra al prugna, con volumi gloriosi e ampi (dati dai tessuti pesanti e strutturati e dalle leggerezza delle piume) che ricordano i vecchi fasti della haute couture.

La collezione vuole abbracciare ogni tipologia di donna(nella passerella vediamo sfilare top model recenti come Maria Carla Boscono ma anche top model del passato come Lauren Houton, Georgina Grenville e Hannelore Knuts), una collezione che non promuove le differenze come disvalore, ma ne propaganda la forza del suo individualismo, un tributo all’umanità nelle sue differenze. Quale forma d’arte più grande dell’umanità stessa? Chissà se questo connubio tornerà in passerella con la primavera estate 2020, ma è sicuro che un legame così forte e così denso di significato non potrà mai esaurirsi, ma rinnovarsi ancora e declinarsi nelle forme più disparate.