La coabitazione temporanea dei coniugi dopo la separazione

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Ai sensi dell’art. 157, comma 1, c.c., i coniugi possono di comune accordo far cessare gli effetti della sentenza di separazione, senza che sia necessario l’intervento del giudice, con una espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione. A tal riguardo la giurisprudenza ha precisato che il precedente stato di separazione tra i coniugi può validamente dirsi interrotto nel caso in cui si sia concretamente e durevolmente ricostituito il preesistente nucleo familiare nell’insieme dei suoi rapporti materiali e spirituali sì da ridar vita al pregresso vincolo coniugale, e non anche quando il riavvicinamento dei coniugi, pur con la ripresa della convivenza e dei rapporti sessuali, rivesta caratteri di temporaneità ed occasionalità.

L’elemento essenziale per la riconciliazione è l’animus conciliandi, ovvero la ripresa della convivenza con carattere di continuità unita alla volontà di perdonare l’eventuale torto subito, di dimenticare il passato, di ricostruire il matrimonio.Tale principio è stato affermato con riferimento ad una vicenda di riavvicinamento coniugale concretatosi nel semplice ripristino della convivenza per un limitato periodo di tempo in conseguenza dello stato di detenzione domiciliare del marito.

La sola ripresa della mera coabitazione, durante la quale i coniugi si comportano come estranei, dormendo, per esempio, in camere separate, o frequentando amicizie differenti, non è idonea a far decadere gli effetti della separazione. Neppure interrompono la separazione le manifestazioni di buona volontà da parte di un coniuge con regali, elargizioni di denaro ed esecuzione di opere nella casa coniugale né la circostanza che il marito, pur vivendo in un’altra città (e con un’altra donna), torni in famiglia per i week-end provvedendo, in tali occasioni, con la moglie, al menàge domestico ed all’educazione dei figli.

Parimenti, è inefficace il c.d. periodo di prova limitato nel tempo e conclusosi negativamente, attraverso il quale i coniugi intendevano sperimentare una possibile ripresa della convivenza.La coabitazione, tuttavia, anche se non dimostra da sola la ripresa della convivenza coniugale, ha una valenza presuntiva significativa perché è in astratto idonea a manifestare la volontà di riconciliazione dei coniugi.

La riconciliazione travolge gli effetti della separazione e, dal punto di vista patrimoniale, ripristina la comunione legale, salvi gli atti posti in essere durante il periodo anteriore; inoltre, determina l’abbandono della domanda di separazione personale (ma non determina la estinzione del diritto di richiederla purché la stessa riguardi fatti nuovi, intervenuti dopo la riconciliazione). La riconciliazione, infatti, implica una seria valutazione della possibilità di ricostituire l’unità familiare sulla base di una rottura accertata ed è necessario far conseguire a tale decisione la irrilevanza di tutto il pregresso e richiedere, ai fini di un’ulteriore pronunzia di separazione, che la stessa discenda da comportamenti e fatti postumi alla riconciliazione.

Se successiva al provvedimento di omologazione della separazione consensuale, la riconciliazione comporta la cessazione degli effetti della precedente separazione, con caducazione del provvedimento di omologazione, a far data dal ripristino della convivenza spirituale e materiale, tipica della vita coniugale. Le più recenti pronunce sul tema in esame certamente non introducono innovazioni nel panorama giurisprudenziale, ma hanno il pregio di evidenziare la peculiarità del concetto dell’unione dei coniugi in matrimonio.

Difatti, la Suprema Corte, sottolinea che la ripresa della vita coniugale dopo la separazione, si verifica solo quando sia stato ricostituito l’intero complesso dei rapporti che caratterizzano il vincolo matrimoniale e, quindi, sia intervenuto il ripristino non solo di quelli che concernono l’aspetto materiale del matrimonio, ma anche di quelli che sono alla base della comunione spirituale dei coniugi.