Il ritorno del centrodestra unito in Sicilia, con vista sull’Italia

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Il centrodestra in Sicilia è riuscito a trovare unità con la candidatura a governatore di Nello Musumeci e il coinvolgimento in giunta di Gaetano Armao e Roberto Lagalla

«I dati dimostrano che il centrodestra, se unito, vince dappertutto». Quante volte lo abbiamo sentito o letto nelle puntuali analisi post elettorali? Tante, specie negli ultimi tempi quando i risultati erano lì a testimoniare una crisi profonda, dovuta ai problemi di salute (e non solo) del suo principale leader, Silvio Berlusconi, e in generale da una divisione interna figlia di contrasti passati mai completamente risolti.

Eppure, in Sicilia si è riusciti a raggiungere l’agognato obiettivo. Non senza difficoltà. Anzi a ben vedere, sono stati mesi abbastanza convulsi, dove in più di un’occasione si è andati vicini alla rottura, anche per la voglia di Berlusconi di esser ancora una volta l’artefice principale delle decisioni dell’intero schieramento, tramite le mosse del commissario di Fi Gianfranco Miccichè. Il quadro cambiava di settimana in settimana. “Musumeci sì, Musumeci no. Forse è meglio Armao. Embè ma perché non andare con Lagalla”. Un dilemma proseguito per tutta l’estate, finchè non si è giunti alla definitiva risoluzione. Un “ticket”, con Nello Musumeci candidato governatore, Gaetano Armao vicario e Roberto Lagalla come possibile assessore. Per una coalizione che sembra rappresentare perfettamente il panorama dell’elettorato del centrodestra. Dagli eredi del Msi al mondo autonomista, passando per il variegato fronte moderato legato al cattolicesimo, al civismo, all’Università e non solo.

Il centrodestra in Sicilia è riuscito a trovare unità con la candidatura a governatore di Nello Musumeci e il coinvolgimento in giunta di Gaetano Armao e Roberto Lagalla

In molti hanno urlato al “ritorno della vecchia politica”. Un giudizio che ci sta, visti gli attori in campo, ma che nulla toglie al valore della scelta, che appare sensata, persino inevitabile, in considerazione anche del contesto regionale e della condizione delle altre concorrenti. Da una parte, fa sperare l’impatto della campagna elettorale del Movimento Cinque Stelle, partita tra polemiche autoalimentate da qualche dichiarazioni improvvida sul concetto di abusivismo di necessità e un consenso, specie nelle città ritenute feudi del movimento, che non è apparso così evidente come ci si aspettava. Dall’altra, poi, il silenzio del centrosinistra, che in fondo è quello di Matteo Renzi, il quale forse memore della sonora sconfitta del referendum, ha deciso fin da subito di tirarsene fuori. Lasciando il fronte più che mai diviso, in balia delle sue correnti, con ben tre candidati, Rosario Crocetta, Fabrizio Micari e Claudio Fava, con l’ipotesi “primarie” sullo sfondo, che ad oggi, però, appaiono più una resa dei conti che uno strumento d’unificazione.

La partita, insomma è più mai da giocare e una coalizione unita, come quella del centrodestra, con tanto di personalità di spicco al comando, ha le carte in regola per affermarsi. I primi sondaggi, d’altronde, sembrerebbero premiarla. Con buona pace del suo stesso leader, Silvio Berlusconi, il quale, adesso, al netto delle riserve su Musumeci, guarderà alla Sicilia come un’interessante banco di prova per la futura sfida elettorale nazionale. In caso di vittoria, certo, dove un’equa distribuzione dei voti nei rapporti di forza tra i partiti lo “costringerebbe” a riproporre lo schema anche a livello nazionale. Ma, anche nell’eventualità di una sconfitta, specie davanti a un flop degli alleati Salvini e Meloni, che darebbe forza al Cavaliere nel rivendicare la leadership del centrodestra, data l’inconsistenza delle altre forze di destra al di fuori di determinati contesti locali e regionali, come fatto d’altronde dopo le amministrative di Roma, Milano e non solo.

Mario Montalbano, autore dell’articolo.

(Mario Montalbano)