Il racconto di Delia Romano dell’opera Winter Journey di Ludovico Einaudi

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La prima cosa che ho pensato all’uscita dal Teatro Massimo, ove avevo assistito alla bellissima opera Winter Journey, con musica del mio amato Ludovico Einaudi, regia di Roberto Andò e testo di Colm Toibin, è stata che, se come può succedere per ogni creazione artistica, essa era riuscita a penetrare nell’anima di tante persone come me e a fare piangere, allora eravamo davanti alla perfezione. In effetti quest’opera prodotta dal Teatro Massimo di Palermo e dal San Carlo di Napoli, il cui titolo vuole essere una citazione della celebre sonata di Schubert, è davvero un’opera completa in ogni suo aspetto,  e non solo dal punto di vista musicale.

La trama narrata riguarda l’attuale e difficile tema dell’immigrazione e degli sbarchi di persone che fuggono dai loro paesi in guerra, intraprendendo viaggi freddi come d’inverno, anche metaforicamente parlando, per assicurare, soprattutto ai figli, un avvenire migliore. Davide Enia con il suo “L’Abisso”, bellissima rappresentazione teatrale in monologo del quale esiste anche il libro e l’audiolibro, aveva trattato lo stesso argomento riuscendo a far commuovere gli spettatori, me compresa, che in silenzio assistevano alla sua recitazione.

Ma che un’opera lirica riuscisse nello stesso intento era cosa assai ardua e invece, il successo ottenuto nelle cinque repliche dei giorni scorsi a Palermo, ove è stato rappresentato in prima mondiale, dimostra il contrario. A mio parere quest’opera è un piccolo capolavoro, che rimarrà per sempre quale testimonianza di un difficile momento della nostra Europa e delle sua carte dei diritti in crisi, che piace e convince anche per la bellezza della straordinaria musica, sempre in sintonia con lo svolgersi della drammatica azione sulla scena.

Un mare agitato viene rappresentato con un filmato tridimensionale e i profughi che annegano sembrano vicini a noi che assistiamo impotenti , ascoltando le parole recitate in inglese perché devono avere valenza universale dato che la questione riguarda l’uomo in quanto tale. La scena è bellissima e raffigura le tre situazioni drammatiche vissute da una famiglia che vive in un paese dell’Africa in guerra. Da un lato c’è un bambino che è stato messo al sicuro presso alcuni parenti dai genitori e che attende speranzoso di ricongiungersi a loro, dall’altro lato c’è la madre che prova a contattare il marito fuggito dall’Africa per raggiungere l’Europa, al centro l’uomo  le cui vicende sono mostrate in primo piano. Il tutto avviene in un’altalena di emozioni e di speranze che alla fine sembrano svanite per sempre. Ogni tanto irrompe sulla scena un politico che in un comizio si esprime con parole dure verso gli immigrati mentre il coro, ora canta con lui, ora con i tre sfortunati protagonisti del viaggio d’inverno.

Delia Romano

La musica di Ludovico Einaudi è sublime, commuove e incanta, perché agevola l’immedesimazione dello spettatore nella scene e nella storia. La regia di Roberto Andò è perfetta, i cantanti sono straordinari, la cantautrice di Mali Rokia Traorè è la donna dalla voce intensa, il senegalese Badara Seck l’uomo che fugge. L’attore Jonathan Moore è il politico mentre la voce recitante del coro è di Elle Van Knoll.   Le scene e le luci di Gianni Carluccio sono splendide così come i costumi di Daniela Cernigliaro e il suono di Hubert Westkemper. Bravissimo il direttore d’orchestra Carlo Tenan,  perfettamente calato nei chiaroscuri della bellissima musica di Einaudi.

Importante e ben fatto il video di Luca Scarzella che amplia la scena suggerendo altre emozioni e riflessioni allo spettatore.Particolarmente commovente è il canto africano della donna, una nenia che più che un lamento è un monito alla nostra indifferenza e al nostro egoismo. Il coro diretto da Ciro Visco è sempre all’altezza della situazione e bravissimi anche i figuranti, che hanno recitato alla perfezione il loro ruolo all’interno della triste vicenda.

Le immagini della nostra opulenta vita quotidiana vengono mostrate sullo sfondo al termine del triste epilogo, con la guerra che continua per la donna e per il bambino e l’uomo chiuso in un campo di migranti che dice di sentirsi “come una foglia al vento”. Alla fine rimane in scena solo il bambino, mentre il coro reclama sicurezza e la neve scende lentamente coprendo il paesaggio e gelando i nostri cuori.