HO BENTO: la cucina giapponese non è soltanto sushi

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Chi l’ha detto che la cucina giapponese è soltanto sushi? Dove sta scritto che non è possibile avere a Palermo una ristorazione alternativa e di qualità nel campo della cucina etnica?

Noi di Food&Fuddia vogliamo parlarvi di un’idea innovativa, qualcosa di inconsueto nel panorama della cucina estera a Palermo. Mentre i sushi restaurant e la formula all you can eat si espandono a macchia d’olio in tutto il territorio cittadino nazionale, apre a Palermo Ho Bento, un ristorante nipponico diverso dal solito. Avete mai sentito parlare di questo ristorante giapponese gestito da ragazzi italiani innamorati della cultura nipponica? Se la risposta è no, non preoccupatevi, ci siamo noi a farvi lo “spiegone”. Ho Bento, infatti, ha riaperto da poco e ci siamo tornati con l’acquolina in bocca, dopo un periodo di tremenda astinenza.

Ho Bento nasce da un concept preciso: fare dell’ottima cucina giapponese verace e schietta che esuli dall’ormai saturo mercato dei sushi restaurant. In che modo? Con pietanze tipiche dal gusto deciso e fortemente distintivo.

Ma facciamo un passo indietro: che cos’è il “bentō”? Si tratta di un tipico contenitore nipponico dove il cibo viene sistemato con cura maniacale e spiccato senso per l’estetica in scomparti separati.
In tutto il paese del Sol Levante è molto frequente acquistare i pasti in chioschetti e minimarket (konbini). Ed è qui che entra in gioco il bentō. Nonostante sia abbastanza facile trovare i bentō in moltissimi luoghi del Giappone (bentō shops, discount e negozi di quartiere), è ancora comune per le donne giapponesi spendere molto tempo ed energie per prepararlo per i propri mariti e i propri figli. Queste “scatole delle meraviglie“ variano da regione a regione e sono considerati un modo per promuovere le innumerevoli specialità e le antichissime tradizioni culinarie locali di cui il Giappone è pieno.

Ora, chiudiamo la parentesi Alberto Angela e parliamo del ristorante giapponese “Ho Bento”. La location è davvero piccola, ha massimo 7 coperti. Infatti, L’ideale è andar presto oppure prendere carta e penna, ordinare e portare a casa per consumare il pasto davanti la propria serie tv preferita.

Varcando la soglia, si ha l’immediata sensazione di entrare in un tipico locale giapponese, l’izakaya, direttamente catapultati in un altro mondo. Chiudi gli occhi e ti sembra di attendere Anacleto Marrabbio, il padre di Licia che prepara gli okonomiyaki con il gatto Giuliano (non diteci che non guardavate Kiss me Licia).

Ma andiamo al punto: parliamo di cosa abbiamo ordinato e divorato.
Abbiamo letto e riletto il menù e abbiamo dimezzato le 325 portate che volevamo ordinare. È giusto che lo sappiate: noi due abbiamo un chiaro problema nell’essere sobri in fatto di cibo, davanti un menù siamo fuori controllo, abbandoniamo totalmente il raziocinio e ci facciamo guidare dalla fame più nera.

Partiamo dal primo ordine: il Tonkatsu. Non vi neghiamo che pronunciarlo è stato imbarazzante, ma al di là dell’equivoca assonanza, si tratta di una cotoletta di maiale o pollo tagliata spessa e panata con il panko, una tipologia di pangrattato giapponese super-croccante che in cottura si gonfia e fa scivolare via i grassi in modo tale da risultare leggero. Il nostro Tonkatsu era davvero saporito e croccante ma al tempo stesso succoso all’interno. Ottima combinazione!

Altro giro, altra corsa! Le Korokke. Queste sono delle maxi crocchette di patate e verdure. Buonissime soprattutto per il connubio tra il gusto corposo della croccante panatura e il sapore dolce della patata e della salsa d’accompagnamento. Questa è una di quelle portate che più abbraccia il gusto comune e se fossimo vegetariani, mangeremmo solo Korokke.

Passiamo ora al “mea culpa”: il Nattō. Sebbene fossimo stati avvertiti, noi, curiosi e audaci, non ci siamo lasciati abbattere. O meglio, ci siamo abbattuti dopo il primo assaggio. Il Nattō viene prodotto mediante la fermentazione dei fagioli di soia ed è stra-consumato dai giapponesi a colazione. Ha un gusto e un odore piuttosto forte al quale non eravamo affatto pronti. L’abbiamo assaggiato e abbiamo pensato bene di continuare a farlo fermentare per il resto dei suoi giorni.

Come se non fossimo ancora sazi, abbiamo ordinato i Takoyaki ovvero delle polpettine in pastella ripiene di polpo. Al palato svelano un sapore eccezionale e la consistenza è molto particolare. I takoyaki sono cotti in una particolare piastra che conferisce loro la forma sferica e una volta pronti vengono guarniti con salsa otafuku, alga “nori” tritata, maionese e “katsuobushi” (fiocchi di tonnetto essiccato e affumicato). Da provare assolutamente, in quanto rappresentano un must dello street food giapponese!

Un best seller da ordinare e da tenere al caldo tra le mani, armati di bacchette, è la Yakisoba: spaghetti di grano saltati con cavolo e pancetta. Un contrasto che viene esaltato magistralmente nella cucina giapponese per il sapiente utilizzo delle loro magiche salsine. Sarà che adoriamo gli spaghetti di grano, ma questi erano davvero fantastici, proprio come li abbiamo mangiati in Giappone!

Dulcis in fundo, i Mitarashi Dango: dolcetti a base di riso glutinoso caramellati. Se non avessimo saputo né il nome né gli ingredienti, probabilmente li avremmo descritti come degli gnocchi italiani infilzati in una stecca per poi esser annegati nel caramello. Pur essendo casereccia e quasi bislacca l’assonanza tra il dessert giapponese e gli gnocchi del nostro Giovanni Rana, non potremmo descriverli meglio di così. Strani ma davvero buoni. Sarà che le consistenze giapponesi affascinano anche noi. Nonostante la sazietà, li abbiamo apprezzati. E poi si sa, per i dolci si ha uno stomaco a parte. O almeno, ci piace pensarla così.

Non ci resta quindi che consigliarvi Ho Bento se desiderate aprire gli orizzonti sull’arte culinaria giapponese. Il sushi è visto, rivisto, approvato e stra-approvato. Perché allora non osare assaporando il resto del vero Giappone?