CORTILE PEPE: l’alchimia dei sapori nel cuore di Cefalù

0
316

Le giornate di Ottobre in Sicilia regalano ancora il tepore del sole e invogliano a vivere nuove esperienze fuori porta. Oggi vi portiamo a Cefalù, la cittadina arabo-normanna bagnata dal mare cristallino e impregnata di cultura, arte, natura e bellezza. Più precisamente, vi portiamo a pochi passi dal Duomo, tra palazzi storici e vicoli in cui echeggiano le dominazioni millenarie. Qui trova posto Cortile Pepe, il ristorante che sussurra una cucina d’autore caratterizzata da un’intima esaltazione delle materie prime del territorio.

La location emana un nuovo concetto di eleganza che coniuga in modo altamente raffinato un light design ad un’atmosfera di lusso accennato, di certo non invadente. Le pareti in pietra e i tavoli in legno generano la giusta sinergia per un ambiente accogliente che lascia spazio alla protagonista: la cucina a vista in cui si intersecano tutti i tasselli delle proposte carismatiche ed evolutive di Cortile Pepe. La cantina, curata nei minimi dettagli, racchiude le migliori etichette del territorio e le eccellenze internazionali. Lo spazio armonico e sopraffine introduce l’esperienza eno-gastronomica elaborata e dal forte appeal visivo.

La cucina di Cortile Pepe è indubbiamente articolata ed è portatrice di una grande forza ludica ed espressiva. Ciò che stupisce è il profondo lavoro di ricerca degli ingredienti locali e lo studio della loro essenza. In fondo, lo stupore emerge dalla sapiente intuizione nell’accostare ingredienti genuini, non da frivoli giochi di prestigio. Spicca, attraverso il potere del gusto, una cucina basata sull’istinto e sull’attenzione alle materie prime che non si fa affatto beffa della tradizione siciliana. C’è una sottile differenza tra sperimentazione e stravolgimento e, indubbiamente, ciò che distingue l’una dall’altro è la capacità di comprendere la soglia del limite e di coltivare il gusto della misura. Da Cortile Pepe la maestria nella tecnica e l’alchimia dei sapori non snaturano la materia ma piuttosto la esaltano, modellando una cucina elaborata ma altamente intuitiva nei sapori, nei profumi e nei colori.

Passiamo al menù. Dopo aver ordinato, ci hanno gentilmente offerto degli appetizer in compagnia di un prosecco dal retrogusto dolciastro, bilanciato da una lieve acidità. Si tratta di tre finger food: pasta fritta, bignè allo sfincione bagherese e polpetta al tris di carne. Saporiti e capaci di risvegliare l’appetito.

Tra i cinque antipasti presenti nel menù, abbiamo scelto due proposte davvero invitanti. La prima portata è il polpo arrosto armonicamente accompagnato da una gustosa spuma di caciocavallo all’argentiera e dal pangrattato profumato. Avremmo voluto non finisse mai. La capacità espressiva di questo piatto trasmette la semplicità degli ingredienti (polpo, caciocavallo e pangrattato) ma coniugati in modo così sublime da esprimere grande forza al palato.

La seconda proposta è un crudo di ricciola con cipolla rossa marinata in aceto di lamponi, capperi, erbe di campo, pesca e miele. Un elegante accostamento frutto di uno studio dell’essenza e dei suoi contrasti. Parole d’ordine: effetto visivo e stupore.

Ad accompagnare gli antipasti, il cestino di pane croccante fatto in casa da immergere nella piccola cocotte contenente dell’ottimo olio extravergine d’oliva del territorio. Un’idea semplice e diretta, legata ad un’intima filosofia home-made.

“Arrivano i primi. Togli le molliche dal tavolo!”
Ecco gli spaghettoro con crema di calamari, calamaretti arrosto, gel di limone, pomodoro candito e pepe nero. Ci aveva già affascinato nella scelta degli ingredienti ma ci ha conquistato alla prima forchettata. Gli ingredienti semplici e facilmente reperibili sono custodi della nostra tradizione ma la capacità di rielabrazione è davvero intrigante. Per chi non lo sapesse, lo ‘spaghettoro’ è trafilato in oro piuttosto che in bronzo e di conseguenza possiede caratteristiche organolettiche differenti. Risulta uno spaghetto più ruvido, profumato e dal colore più giallastro.

Altro primo, altra corsa. Sua maestà, la minestra di pesce con fusilloro, lemongrass e olio di basilico. Gustosa, corposa ed esplosiva nei sapori. Il lemongrass, pianta aromatica dal carattere agrumato, dona quel tocco di freschezza capace di spezzare la sapidità del pesce. Molto buona ma non affezionatevi: è difficile da replicare nelle nostre cucine!

Ed infine, il dessert: una millefoglie caramellata adagiata su una riduzione all’albicocca con spuma al Vermouth e voluttuosa crema pasticciera al cioccolato. L’estro nella lavorazione della crema enfatizza la dolcezza ma al tempo stesso l’acidità della selezione di cacao. L’apporto alcolico del Vermouth si sposa divinamente con il sapore dolce e acidulo dell’albicocca trovando un nido nella croccantezza e nella friabilità della millefoglie.

Vi abbiamo portato con noi (beh, solo con semplici parole) in un’esperienza gustativa diversa e insolita che nasconde alla vista ma che svela al primo boccone i sapori del quotidiano. Una cucina di sintesi che stupisce per l’effetto scenico ma che porta alle spalle un processo virtuoso che parte dal porticciolo con il pesce fresco o dall’orto dietro casa. I piatti sono delle sfide e incuriosiscono perchè invogliano a ricostruire una sottile trama di racconto di cui solo lo chef custodisce la fiaba integrale. Il “c’era una volta” di questa favola è tratto dalla sua scrittura, ma giocare con la deduzione, l’inventiva e gli intrecci sensoriali è la capacità che ci esplica il potere degli ingredienti e la loro congiunzione.