Caso Riina, cosa c’è dietro la reazione di rabbia della gente

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Totò Riina, il boss corleonese capo indiscusso di Cosa nostra è morto nella notte all'età di 87 anni dopo due interventi chirurgici e alcuni giorni di coma

Ci sono notizie che destano stupore, scalpore o persino scatenano accese polemiche al di là della loro reale portata. È il rischio che si incorre soprattutto, quando si trattano temi e argomenti delicati, che rievocano periodi bui passati, fatti di dolore, morte e distruzione. La mafia, soprattutto per noi siciliani, è uno di questi, a maggior ragione quando di fianco ad essa emergono i nomi dei suoi artefici, come l’ex boss di Cosa Nostra Totò Riina. «Cassazione: Totò Riina ha diritto a una morte dignitosa», hanno titolato le principali redazioni web dei quotidiani nazionali e delle agenzie di stampe. Un titolo sensazionalistico, forse sintetico, ma di certo veritiero, visto che recupera una parte del contenuto della sentenza della Corte di Cassazione. Molte le reazioni che ne sono seguite, di rabbia e delusione, neanche a dirlo in particolare sui social.

Difficile immaginare il contrario, d’altronde, quando a una figura come Totò Riina si accosta una frase, “il diritto a una morte dignitosa”, che richiama compassione e umanità. Con la conseguenza, poi, di incappare nell’interpretazione eccessiva e, ad oggi del tutto infondata, di un Riina di lì per essere scarcerato. È bene evidenziarlo, a scanso di qualsiasi equivoco: dalla Cassazione nessun ordine di scarcerazione per Totò Riina e i precedenti, vedasi Provenzano, lasciano presupporre che difficilmente potrà accadere in futuro.

Piuttosto, utilizzando un linguaggio tecnico, la Corte si è limitata a un giudizio di legittimità, annullando l’ordinanza del tribunale di Bologna, il quale nel maggio 2016 aveva rigettato la richiesta degli avvocati di Riina, di un differimento della pena a causa delle condizioni di salute del boss. Ma si sa, il linguaggio del “giuridichese”, non è facilmente leggibile, né interpretabile da tutti.

Così come non è detto che debba esserlo. La giustizia segue un binario complesso, che prevede il rispetto e l’applicazione di norme costituzionali e di rango internazionale, e che, però, al contempo, non sempre può incontrare l’umore e il sentimento comune dei cittadini. Come si può parlare di “morte dignitosa” per chi si è macchiato di efferati omicidi che hanno rischiato di far saltare la stabilità di un’intera nazione e che hanno macchiato, forse per sempre, l’immagine della Sicilia e dei suoi abitanti? È stata questa la domanda più frequente tra i cittadini, siciliani e non. Al di là delle ragioni della Corte, senza dubbio legittime, le reazioni sui social, ma anche di chi ne ha discusso in strada o negli uffici o nei bar, appaiono altrettanto comprensibili. Per certi versi, rincuorano, dimostrando quanto sia forte il senso di repulsione verso una parte della propria recente storia e verso i suoi protagonisti negativi. La memoria degli eventi del 1992, rievocata qualche settimana fa con il ricordo della strage di Capaci, così come quelli degli anni precedenti, resta ancora forte. È un nervo scoperto, una ferita indelebile che soprattutto noi siciliani continuiamo a “leccarci”, un’ombra che cerchiamo di cacciare ogni qualvolta si ripresenti con la sua brutta faccia.

Parlare di mafia, purtroppo, è ancora oggi un argomento che in tanti o troppi legano al mondo della Sicilia. In modo semplicistico, sterile, o quantomeno senza riflettere sugli enormi passi in avanti che questa terra ha fatto, sta cercando di fare, e speriamo continuerà a fare. Ed è inutile nascondercelo. I motivi delle reazioni alla sentenza della Corte stanno tutti lì. Nella rabbia, nella frustrazione, soprattutto nella paura della gente per un “ritorno” di Riina in Sicilia. Non tanto “fisico”, quanto simbolico, che rischia di alimentare la sensazione di aver fatto un pesante passo indietro nell’eterna lotta che vede la Sicilia scacciare i fantasmi del proprio passato.

Mario Montalbano, autore dell’articolo.

(Mario Montalbano)